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Una lettura critica del corpo femminile nella società. Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione e Femminilità nella Società Patriarcale

di Claudia Desimini

“Perché non riesco a piacermi? Perché il mio corpo mi sembra sempre sbagliato?”

Sono domande che molte ragazze – e non solo – si pongono.

Il corpo femminile non è solo un corpo: è simbolo, oggetto, campo di battaglia. Nella nostra cultura patriarcale è stato, storicamente, controllato, definito e ridotto a oggetto dello sguardo maschile – il cosiddetto male gaze.

I DNA non sono solo patologie individuali: sono anche riflessi collettivi, segnali di un disagio che nasce in un contesto sociale che impone un modello di femminilità funzionale all’Altro.

Come afferma la filosofa americana Susan Bordo, l’anoressia può essere letta come una risposta adattiva – seppur estrema – alle richieste sociali rivolte alle donne: essere piccole, silenziose e desiderabili, mai troppo visibili.

In questo senso, il sintomo può diventare una protesta muta, una modalità disperata ma creativa per comunicare un disagio profondo.

La cura, allora, non può essere soltanto clinica: deve essere anche culturale e politica. Parlare di disturbi alimentari significa parlare di soggettività, relazioni, desiderio e potere.

Come scrive la psicoanalista statunitense Jessica Benjamin, la sottomissione femminile non è solo imposta, ma anche interiorizzata come condizione “necessaria” per essere amate e riconosciute.

Il corpo femminile è il luogo del conflitto, ma può diventare anche un luogo di possibilità. Abitarlo “da dentro” – non più come oggetto, ma come soggetto – è un atto sovversivo.

Parlare di cultura patriarcale, tuttavia, non significa ridurre la sofferenza personale a una semplice conseguenza sociale.

Il sintomo è sempre un compromesso: tra interno ed esterno, tra storia personale e condizionamento collettivo, tra trauma e creatività psichica.

Proprio per questo la cura deve tenere insieme entrambi i piani: quello psichico e soggettivo, e quello politico e culturale.

Solo restituendo parola al corpo e desiderio al soggetto, possiamo cominciare un cammino autentico di guarigione.

Un processo in cui il personale e il politico si intrecciano, aprendo la strada a nuove forme di esistenza.

Essere soggetti desideranti, liberi da sguardi imposti, è un diritto.

Serve una cultura che sappia valorizzare la pluralità dei corpi, delle storie e dei desideri.

Affinché si possano immaginare nuovi modi di abitare se stesse.