Ferite invisibili: il legame tra eventi traumatici e i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione DNA
di Giulia Spiniello
Eventi traumatici e DNA
Ancora oggi, quando si parla di Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA), esistono molti pregiudizi: “È solo questione di forza di volontà”, “basta mangiare di più o di meno”, “è una moda passeggera”. In realtà, i DNA sono psicopatologie complesse, che nascono dall’incontro di più fattori: biologici, psicologici e ambientali. Tra questi, sempre più studi mettono in luce il ruolo degli eventi traumatici.
Cos’è un trauma?
La parola “trauma”, dal greco “ferita”, fa pensare subito a eventi gravi e improvvisi, come un incidente automobilistico, una violenza. Una volta erano considerati eventi rari, ma oggi sappiamo che le esperienze traumatiche accadono a milioni di esseri umani ogni anno, sia nell’esposizione a lungo termine ad un ambiente traumatico sia in un singolo evento catastrofico.
Tutti noi siamo vulnerabili a tali situazioni o ci troviamo influenzati da eventi traumatici vissuti da persone amate. Tuttavia, è anche importante tenere in considerazione che il termine “trauma” ingloba al suo interno una più grande varietà di sfumature di significato. Infatti, riguarda qualsiasi esperienza vissuta come troppo dolorosa o sopraffacente per le risorse che avevamo in quel momento.
Questo significa che il trauma non è solo ciò che è accaduto, ma anche il modo in cui è stato vissuto.
Esistono traumi più “silenziosi” e ripetuti, come per esempio la trascuratezza emotiva, il bullismo o le critiche continue al corpo. Anche queste esperienze possono lasciare segni profondi perché un evento traumatico continua nel tempo, anche se siamo sopravvissuti con successo: l’eredità vivente del trauma si manifesta mediante intense reazioni fisiche, percettive ed emotive alle cose di tutti i giorni (i cosiddetti “ricordi impliciti”), raramente riconoscibili come esperienze passate.
Traumi e disturbi alimentari: cosa ci dice la ricerca
Diversi studi hanno evidenziato che le persone con DNA presentano con maggiore frequenza una storia di esperienze traumatiche rispetto alla popolazione generale.
Non si tratta di una relazione semplice o lineare: non tutti i traumi portano a un Disturbo della Nutrizione e dell’Alimentazione, e non tutti i DNA derivano da un trauma. Ma è chiaro che, in molti casi, i due aspetti si intrecciano.
Alcune ricerche hanno mostrato che eventi traumatici come abusi sessuali, maltrattamenti fisici o trascuratezza durante l’infanzia aumentano il rischio di sviluppare sintomi alimentari. Altri studi più recenti hanno sottolineato che non solo i traumi sopracitati, ma anche esperienze croniche di umiliazione, bullismo o derisione legata al corpo possono avere un impatto significativo.
Perché il trauma può influenzare il rapporto con il cibo e con il corpo?
Quando non si riesce a dare parole al dolore, il corpo può diventare la “voce” delle emozioni.
- Il cibo può servire come consolazione o anestesia emotiva.
- Le restrizioni alimentari possono dare un’illusione di controllo quando tutto sembra instabile.
- Le perdite di controllo sul cibo (es: abbuffate) possono diventare un modo per spegnere emozioni troppo intense o per colmare un vuoto interiore.
- Il rapporto col corpo può trasformarsi in un modo per esprimere rabbia, vergogna o bisogno di protezione.
In questo senso, i comportamenti alimentari non sono “scelte sbagliate”, ma estremi tentativi di sopravvivenza davanti a un vissuto che è stato troppo difficile da elaborare, qualsiasi esso sia.
Cosa dire e cosa evitare
Quando un comportamento alimentare è legato a un vissuto doloroso, alcune frasi possono aumentare la vergogna: è importante scegliere con cura cosa dire e come rivolgersi all’altro, promuovendo sempre empatia e gentilezza. Frasi come: “Mangia normalmente e passa tutto” o “Non hai nessun motivo per stare così”, sono da evitare, preferendo alternative più utili come: “Mi sembra che tu stia soffrendo, vuoi parlarne?”, “Non devi affrontarlo da solo/a”, “Possiamo cercare insieme qualcuno che ti aiuti”.
Piccoli cambiamenti nel modo di parlare possono fare una grande differenza nel far sentire una persona accolta e al sicuro.
Sfatiamo un mito
Dire che i DNA hanno a che fare con il trauma non significa ridurli a una sola causa. Non è “sempre colpa di un trauma”. Parlare di trauma significa piuttosto riconoscere che molte persone con DNA portano dentro ferite apparentemente “invisibili”, e che curare solo il sintomo alimentare non basta: è necessario prendersi cura anche delle radici del dolore.
La strada della cura
Affrontare un DNA significa anche ritrovare sicurezza e fiducia, dentro e fuori di sé. La psicoterapia può offrire uno spazio in cui queste ferite vengono accolte, comprese e integrate nella propria storia.
La guarigione non significa cancellare il trauma, ma imparare a non lasciargli più la regia della propria vita.
N.B. Se ti riconosci in queste parole, o pensi a qualcuno che ti è vicino, ricorda: non sei solo/a. Chiedere aiuto non è segno di debolezza, ma un atto di coraggio. Le ferite del passato non definiscono chi sei né chi puoi diventare.
