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Ciao sono Camilla, ho 17 anni e ho conosciuto l’anoressia.

Per tanto tempo sono stata l’ombra di me stessa, ma adesso sto imparando a volermi bene

Tutto iniziò quando, in un momento di estrema fragilità, una voce si insediò nella mia testa. “Quando perderai peso starai meglio” mi diceva continuamente. Quel “meglio” non aveva niente a che fare con l’aspetto fisico: in quel periodo mi sentivo a mio agio nella mia pelle.

Infatti, ancora oggi, sto cercando di capire come mai, ho iniziato a pensare che il corpo che mi aveva sempre ospitata fosse sbagliato. Una cosa però era certa, avevo un bisogno estremo di controllo. Controllavo già rigidamente la mia prestazione scolastica, ma questo non mi bastava. Avevo bisogno di qualcosa di più, di andare oltre. Quando dissi a mia madre di voler dimagrire lei mi portò da una nutrizionista, perché non voleva che facessi tutto da sola. Iniziai quindi a seguire una dieta e i risultati arrivarono quasi subito, insieme ai primi comportamenti disfunzionali nei confronti del cibo e del mio corpo, che piano piano stava diventando un mezzo attraverso cui misurare il mio valore.

Anche se ero consapevole di star rovinando il mio rapporto con il cibo non mi importava, perché i complimenti che ricevevo e vedere il numero sulla bilancia scendere mi facevano pensare che ne valesse la pena. Con quella dieta, inadatta a una ragazza di 13 anni seppur fatta da una professionista, cominciai a vedere il cibo non più come fonte di vita, ma come numeri e calorie da controllare ossessivamente. Dopo qualche mese passato in questo modo ho iniziato a sentirne il peso a livello psicologico e così ho deciso che non avrei più seguito la dieta, finendo per riprendere i chili che avevo perso in seguito a quella restrizione prolungata.

Riprendere quei chili non fece altro far aumentare il sentimento di disgusto che provavo nei miei confronti. Durante l’estate provai a chiedere aiuto, ma tutti continuavano a dirmi che si trattava semplicemente di “una fase adolescenziale”. Non sentendomi capita sono tornata a restringere a livello alimentare, fino a eliminare intere categorie di alimenti che la diet culture proposta sui social promuoveva come “ricchi di grassi”.

Mia madre si allarmò subito e riuscì ad entrare in contatto con un centro per disturbi alimentari, oltre a farmi iniziare il mio primo percorso di terapia con una psicologa. La situazione precipitò rapidamente e in pochi mesi l’anoressia prese il sopravvento sulla mia vita: ogni minima decisione era dettata da quella voce nella mia testa che non faceva altro che raccontarmi bugie. Mi diceva che non mi meritavo di mangiare, di occupare spazio, di essere felice… di vivere.

Mi diceva di volere il mio bene e io le credevo, perché mi sembrava che lei fosse l’unica di cui mi potessi fidare. Mi aveva convinta che nessuno,
apparte lei, mi volesse bene, che fosse l’unica cosa che mi era rimasta. Il mio unico obiettivo era diventato resistere più ore possibili senza mangiare. La consapevolezza di riuscire a dominare la fame era la mia più grande soddisfazione.

E così mangiavo sempre meno, i miei occhi si spegnevano e con essi la voglia di vivere che mi aveva sempre caratterizzata. Non mi dimenticherò mai il momento in cui, una mattina, mi sono guardata allo specchio e non ho visto Camilla, ma i tratti della malattia visibili sul mio volto esausto, privato di qualsiasi forma di vita. Ero consapevole di star cadendo sempre più giu, ma ero disposta a rischiare la mia vita per soddisfare il volere della malattia. Mi diceva che non era ancora abbastanza, che IO non ero abbastanza. Non provavo più alcun tipo di emozione, ero diventata un fantasma e la cosa peggiore é che pensavo di meritarmelo.

Non dimenticherò mai gli integratori, le continue visite in ospedale, le lacrime di mia madre e l’autolesionismo a cui l’odio per me stessa mi aveva portata.
Eppure adesso sono qui per condividere un messaggio di speranza per tutti coloro che stanno combattendo contro questo mostro orribile. Ci tengo a ricordarvi che non siete soli, che la malattia vi sta mentendo e che meritate tutto l’aiuto e la comprensione possibile.

Individuare una passione, un motivo per cui vale la pena vivere, può aiutare a intraprendere un percorso di cura. Per me questo motivo è stato il mio anno all’estero in Irlanda, l’esperienza più bella della mia vita. Durante i primi mesi, tutte le mattine, mi mettevo davanti allo specchio e mi ripetevo
“Cami devi mangiare, non lasciarla vincere!”. E così, grammo dopo grammo, pasto dopo pasto, ho ritrovato il gusto della vita che mi era mancato per ben 4 anni. Questo non vuol dire che sia stato facile, anzi tutt’altro, ci sono stati dei momenti in cui ho pensato che guarire fosse impossibile. Mi sono sentita come se qualcosa in me fosse rotto, irreparabile. Con il tempo ho peró capito che si trattava solo dell’ennesima bugia che il disturbo alimentare mi stava raccontando. Durante il percorso di guarigione le ricadute sono normali: non vanno combattute ma accettate, comprese e superate. Ammalarsi di un disturbo alimentare non è una scelta, ma guarire si: la guarigione è unascelta da prendere ogni giorno, un’onda da cavalcare anche se fa paura. Scegliere di guarire significa scegliere di vivere, nonostante la sofferenza e le difficoltà.

Anoressia, adesso mi rivolgo direttamente a te. Sai, in questi anni non sono mai riuscita a dire il tuo nome ad alta voce. Forse perché in queste nove lettere era racchiusa talmente tanta sofferenza da pensare di non essere abbastanza forte per pronunciarle. O forse perché non mi sono mai sentita abbastanza malata, ma d’altronde, pensandoci bene, per te non sarei mai stata abbastanza malata, neanche in fin di vita.

Ti ho dato tutto, pensando di non meritare niente in cambio. Per anni ho pensato di non valere niente senza di te. “Chi sono io senza la malattia?” mi chiedevo e puntualmente non riuscivo a trovare una risposta.

Sei stata la mia migliore amica per tanto tempo, ma ora sono pronta a lasciarti andare, perché ho deciso di vivere.

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