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Guarire è possibile.

Il percorso di guarigione prevede alti e bassi, ma guarire è possibile. Questa è la storia di Dario che è finalmente libero dall’anoressia. Grazie di cuore per aver condiviso la tua testimonianza con noi.

Quando ho chiesto alle ragazze di “peso positivo” di raccontare la mia esperienza con l’anoressia non avrei mai creduto potesse essere così difficile. Dare forma attraverso le parole a qualcosa che ha segnato così profondamente la mia vita è complesso, così come doloroso è ricordare. Sono maschio; questa è una premessa doverosa dato che, nella società in cui viviamo, sembra che a noi non sia concesso avere questo tipo di problematiche. Non avrebbe e non dovrebbe avere importanza il mio genere, ma lo ha. Scrivendo, inoltre, mi sono reso anche conto di non riuscire a parlare di ciò che ho vissuto senza una struttura, senza il supporto di uno schema. Trovo buffa la necessità di uno schema, perché gli schemi, le abitudini, le ossessioni sono parte del dolore che mi trovo a raccontare. Non posso che partire dall’inizio, da quando tutto è cominciato.

L’anoressia non si presenta subito con tutta la sua forza devastante: è come un veleno subdolo che ti entra in circolo e, solo dopo, quando diviene parte del tuo sangue e ha intossicato tutto il tuo corpo, mostra il suo vero potere.
Tutto è lento all’inizio, lento e inesorabile. Cominciai mangiando meno pasta, meno pane, nessun dolce, poi, gradualmente, ridussi ogni tipo di alimento. Saltavo i pasti, facevo le scale a piedi, correvo quando era possibile e non toccavo nessun alimento fuori casa.

Cadevo sempre più giù, ogni giorno di più. Arrivai al punto in cui non ero solo malato, ma ero io stesso la malattia. Lei si era presa tutto: era arrivata a fagocitare i giorni, i pensieri, i sentimenti. Pensavo solo al cibo, a come controllarlo e a come diminuirlo. Il mio corpo aveva fame, perché lo affamavo tutti i giorni, ma la mia mente gli diceva no, incurante della sofferenza. Sacrificai sull’altare dell’anoressia ogni cosa: le amicizie, le passioni, gli affetti. Nessun valore avevano le lacrime di mia madre, il dolore di mio padre e l’amore di mio fratello. La malattia mi aveva reso egoista; esistevo unicamente io e il pensiero del cibo.

Quello che ho capito oggi e che tutt’ora mi fa provare un brivido di paura è che, quando ero completamente perso nell’ ossessione anoressica, nel momento più buio della notte, c’era un solo sentimento a regnare in me: la soddisfazione del controllo. Mi sentivo come un Dio nel poter signoreggiare il mio bisogno di mangiare; potevo dire di no a ciò che doveva farmi sopravvivere e, dunque, a tutto. L’anoressia è il trionfo del dominio; ad un tempo l’atto di supremo disprezzo del sé e di sfrenato narcisismo. L’anoressico è il nichilista supremo, vuole il nulla, vuole essere nulla; non vuole morire, vuole poter controllare anche la morte.
In quel periodo non vivevo più. Le mie giornate si riducevano alla conta delle calorie dei pochi alimenti che mangiavo e all’andare in palestra per dimagrire ancora nonostante le costole mi si vedessero ad occhio nudo. Il mio volto era divenuto emaciato, scavato dalla fame e dalla mancanza di energie fisiche e psicologiche.

Mi ero ridotto ad un’ombra, non ero né vivo né morto. Ero divenuto un’entità di confine persa nell’ossessione.
Un giorno, però, il mio corpo disse basta. Una notte come tante mi alzai dal letto per andare in bagno, ma le gambe non mi ressero e crollai. Ci fu un lungo buio, non conservo memoria dei momenti che seguirono quella caduta.
Una volta sveglio, trovai la forza di chiedere il numero di telefono di una psicoterapeuta: forse fu la paura di quel buio a darmi al forza di chiedere aiuto, la perdita di controllo sul mio corpo verificatasi proprio nel momento in cui mi sentivo il suo signore assoluto. Chiamai la mia attuale dottoressa e presi il mio primo appuntamento: fu l’inizio della mia battaglia più grande. Possiamo combattere contro tutti, ma quello con noi stessi resta il confronto più duro che si possa avere.

Faccio psicoterapia da più di dieci anni e, ad oggi, posso dire con certezza una cosa: i miracoli non esistono. L’anoressia non scompare da un giorno all’altro, ogni centimetro devi toglierglielo lottando. Certe battaglie, però, non si possono vincere da soli, non basta. La psicoterapia è imprescindibile ed è l’unico modo che abbiamo per imparare a conoscerci, per risolvere in nodi più profondi che ci tormentano l’anima e costruire un sé più autentico., Come ragazzo che ha sofferto, come persona che, con tutto il cuore, vorrebbe aiutarvi, vi imploro: lasciate che una persona preparata e specializzata vi supporti.

Oggi la mia vita è diversa. Posso dire di essere guarito, ma le cicatrici restano. Non solo non dimentico il dolore e tutto il tempo della mia vita corroso e prosciugato dalla malattia, ma non posso neppure dirmi completamente libero. Ci sono momenti in cui, quando sono angosciato e impaurito, il pensiero torna al cibo e al corpo, quel corpo che la mia mente proietta nello specchio deformandolo al punto da farmi tornare a soffrire. Ora, però, la paura non dura più di qualche istante: riesco subito a tronare alla mia vita, ai miei amici, alla mia famiglia, agli amori e alle fette di torta ai compleanni (me ne sono sempre privato nonostante le amassi da morire). Oggi l’anoressia non mi domina, ma io non dimentico cosa ho vissuto e non dimentico chi ora è perso in quel labirinto buio.

Non abbiate paura e chiedete aiuto, per favore.

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