Ciao sono Ilenia, e ho racchiuso in un libro il racconto della mia malattia.
Quando l’anoressia è arrivata, non l’ho riconosciuta subito. Non vedevo una malattia. Vedevo un rifugio. Un modo per non sentire. Un modo per anestetizzare emozioni troppo dolorose da affrontare.
Quando si parla di anoressia, spesso si guarda solo il corpo.
Si osserva la magrezza, il peso, ciò che una persona mangia o non mangia. Si cercano i segni della malattia all’esterno, come se tutto fosse visibile. Anch’io, per molti anni, sono stata osservata così. Eppure nessuno vedeva davvero ciò che stava succedendo dentro di me.
La mia storia non è iniziata con una dieta e nemmeno con il desiderio di essere più magra. È iniziata molto prima, attraverso un senso di inadeguatezza che mi accompagnava fin da bambina, la convinzione di non essere mai abbastanza e il bisogno continuo di meritare amore e approvazione. Ho trascorso gran parte della mia vita cercando di essere la persona che gli altri si aspettavano da me, dimenticando di chiedermi chi fossi davvero.
Quando l’anoressia è arrivata, non l’ho riconosciuta subito. Non vedevo una malattia. Vedevo un rifugio. Un modo per non sentire. Un modo per anestetizzare emozioni troppo dolorose da affrontare. Dietro il controllo del cibo si nascondevano il senso di colpa, la paura, il dolore e una grande difficoltà a riconoscere e comunicare ciò che provavo.
Per anni ho cercato di sopravvivere facendo ciò che avevo sempre fatto: controllare tutto. Il lavoro, il tempo, le attività, il corpo. Più stavo male e più aumentava il bisogno di controllo. Ma il controllo è una trappola: fa credere di essere forti mentre lentamente ci allontana dalla vita.
Ho provato diverse cure e diversi percorsi. In certi momenti ho pensato che forse non esistesse una soluzione. Eppure, anche quando la speranza sembrava scomparsa, una parte di me continuava a cercare aiuto. Oggi credo che quella sia stata la parte più sana di me: quella che non ha mai smesso di amare la vita.
La svolta è arrivata grazie agli incontri.
Nel mio percorso ho compreso che la guarigione non nasce solo dalle terapie, ma anche dalle relazioni. Da chi riesce a vedere la persona oltre la malattia. Da chi ascolta senza giudicare. Da chi resta accanto senza pretendere di avere tutte le risposte.
Una di queste persone è stata Clara, una donna entrata nella mia vita grazie a una coincidenza che ancora oggi considero straordinaria. In un momento in cui avevo perso quasi tutta la fiducia nel futuro, mi ha offerto ascolto, vicinanza e una possibilità. Non ha cercato di salvarmi. Mi ha aiutata a credere che valesse la pena provare a salvarmi.
Successivamente ho incontrato un’équipe terapeutica che ha cambiato il corso della mia vita. Per la prima volta non mi sono sentita un numero, un peso da recuperare o un problema da risolvere. Mi sono sentita una persona. Hanno accolto le mie paure, i miei silenzi, le mie resistenze. Mi hanno insegnato che dietro l’anoressia esisteva un’identità ancora da costruire.
La cosa più importante che ho imparato è che la guarigione non consiste nel tornare ad essere la persona che si era prima della malattia. Consiste nel diventare finalmente se stessi.
Per me ha significato imparare a riconoscere le emozioni, accettare la fragilità, smettere di rincorrere la perfezione e iniziare a trattarmi con maggiore gentilezza. Ha significato comprendere che il mio valore non dipendeva dal peso, dai risultati o dall’approvazione degli altri.
Il percorso è stato lungo. Ci sono voluti anni. Ci sono state cadute, momenti di paura, difficoltà e ricadute emotive. Ma ogni passo mi ha insegnato qualcosa. Oggi guardo quel cammino con gratitudine, perché mi ha permesso di conoscermi davvero.
Se c’è un messaggio che vorrei lasciare a chi sta attraversando un disturbo alimentare, ai familiari e a chi cerca di comprendere questa realtà, è questo: dietro ogni corpo esiste una storia.
Una storia che merita ascolto. Una storia che merita rispetto. Una storia che non può essere ridotta a un numero sulla bilancia.
Io sono guarita non quando qualcuno mi ha detto di mangiare, ma quando qualcuno ha iniziato a chiedermi come stavo davvero. Quando qualcuno ha visto il dolore dietro il sintomo. Quando qualcuno mi ha aiutata a trovare la mia voce.
Oggi so che la guarigione è possibile.
Non facile. Non veloce. Ma possibile.
E forse il primo passo è proprio questo: ricordare che siamo molto più del nostro corpo.
Questa consapevolezza mi ha portata a compiere un passo che non avrei mai immaginato: raccontare la mia storia in un libro.
È nato così Il metodo dell’amore – Storia di una farfalla che ha imparato a volare, un progetto autobiografico in cui ho scelto di condividere senza filtri il mio lungo percorso con il disturbo alimentare, gli anni della sofferenza, i tentativi di cura, gli incontri che hanno cambiato la mia vita e la strada che mi ha condotta alla guarigione. Non ho scritto questo libro solo per raccontare me stessa, ma per offrire una testimonianza a chi sta vivendo situazioni simili e a chi desidera comprendere meglio cosa si nasconde dietro un disturbo alimentare.
Il messaggio che desidero trasmettere è semplice ma fondamentale: la guarigione è possibile. Anche quando sembra irraggiungibile. Anche dopo anni di malattia. Anche quando la speranza sembra essersi spenta.
Questo libro è inoltre un progetto solidale: i proventi derivanti dalla sua vendita saranno devoluti in beneficenza a sostegno di realtà impegnate nell’aiuto e nel supporto delle persone che affrontano percorsi di cura e fragilità. Per me è un modo per trasformare un’esperienza dolorosa in un’opportunità di aiuto, affinché la sofferenza vissuta possa generare speranza e contribuire al benessere di qualcun altro.
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