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Ciao sono Sofia, ho 17 anni e ho conosciuto l’anoressia.

L’anoressia ha provato a spegnermi, ma mi ha anche insegnato che il buio non dura per sempre.Che la vita è fragile e preziosa. Che il cuore, anche quando sembra fermo, può ricominciare a battere forte.

Scrivo questa testimonianza perché so quanto ci si possa sentire soli dentro questa malattia, e spero che almeno una persona, leggendo queste parole, capisca che non è sola e che si può uscire dal buio.
Si può cadere, spezzarsi, toccare la morte… ma ci si può rialzare.
Perché questa è la mia storia.

Avevo 17 anni quando tutto è iniziato.
L’anoressia è arrivata senza preavviso.
Mi ha devastata, corpo e mente.
Mi ha rubato la spensieratezza, la risata, la leggerezza che ogni ragazza dovrebbe avere a quell’età.
Si cade in un attimo.
Ma rialzarsi… è una guerra.
Il mio corpo era diventato un nemico.
Lo osservavo per ore attraverso specchi, vetrine, ombre, riflessi.
E lo odiavo.
Lo insultavo.
Lo facevo sanguinare.
Eppure, oggi, quello stesso corpo devo ringraziarlo.
Perché ha resistito a tutto il male che gli ho inflitto.

Ho toccato il fondo.
Ho rischiato di perdere il dono più grande: la vita.

Non riuscivo più a provare emozioni.
Il mio volto era apatico, spento, incapace di sorridere.
Non sapevo più come ricevere amore, anche se la mia famiglia non ha mai smesso di darmelo. Ero lontana da tutto.
Persa.
Mi chiedevo:
“Fino a quando reggerò?”
E dentro di me, in fondo al buio, non sentivo più niente.
Solo catene.

Il ricovero era l’ultima possibilità.
Il sondino, il simbolo della resa.
Eppure, proprio lì, nel fondo della disperazione, tra le lacrime e la paura, ho sentito una voce.
Non era quella dell’anoressia.
Era flebile, piccola.
Ma era la mia.
Ed era ancora viva.
Da lì è iniziata la risalita.
Non è stato facile, né veloce.
Ho dovuto imparare a fidarmi, a chiedere aiuto, a lasciare che gli altri mi tenessero la mano quando io non avevo più forza.
Ho dovuto reimparare a mangiare, a sorridere, a guardarmi con occhi meno duri.
Ho dovuto riconoscere che non ero sbagliata: ero solo ferita.
Oggi ho 21 anni.
Studio per diventare insegnante, perché i bambini hanno bisogno di adulti che sappiano accoglierli e perché io stessa voglio essere, un giorno, quel porto sicuro che spesso mi è mancato.

Voglio trasformare il mio dolore in speranza.
Perché so cosa significa sentirsi soli, so cosa significa odiare se stessi, so cosa significa desiderare di non esserci più.
Ma so anche cosa significa rinascere.
L’anoressia mi ha portata vicino alla morte, ma mi ha anche mostrato quanto sia preziosa la vita.
Mi ha tolto il sorriso, ma mi ha insegnato a proteggerlo ora che l’ho ritrovato.
Mi ha spezzata, ma ha rivelato la mia forza.
Perché dentro di me, oltre alle cicatrici, c’è un cuore grande. Fragile, sensibile, ma capace di amare più forte di prima.
L’anoressia ha provato a spegnermi, ma mi ha anche insegnato che il buio non dura per sempre.
Che la vita è fragile e preziosa.
Che il cuore, anche quando sembra fermo, può ricominciare a battere forte.

Vivere, nonostante tutto, è il dono più grande che abbiamo.

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