Ciao sono Valentina e ero l’anoressia
Ero una ragazza fragile, affamata di comprensione, bisognosa di accettazione. Una ragazza che voleva essere vista, amata, aiutata.
Dopo un lungo periodo buio, oggi sto provando a ritrovare il mio posto nel mondo
Raccontare la mia storia è per me una rivincita. È il modo per dare voce a ciò che, per troppo tempo, mi ha consumata pian piano. Una morte visibile, ma silenziosa.
Le ossa diventano fragili, il corpo si spegne, ma la mente è più forte che mai. Essere malati di anoressia nervosa significa resistere anche quando il corpo non regge più. Significa vivere ogni giornata assediata da pensieri ossessivi sul cibo, rifiutare inviti, annullare sogni, progetti e annullarsi come persona.
Ma cosa si nasconde davvero dietro tutto questo?
Un senso profondo di inadeguatezza, di inferiorità, di disvalore. Mi sentivo la più debole in tutto, a partire dalla danza che era la mia passione più grande. E allora, come diventare invincibile? L’unica cosa su cui potevo avere il controllo era il mio corpo.
Così ho iniziato a restringere. Prima pochi alimenti, poi intere categorie. Camminate sempre più lunghe, ogni giorno di più. E quella vocina dentro di me che sussurrava:
“Brava Valentina, così dimagrisci e sarai migliore! Tu sì che sei forte! Continua così!”
Mi sentivo potente. Finalmente vista. Gli altri notavano il mio cambiamento: “Stai meglio così”, mi dicevano. Parole che, in quel momento, suonavano come conferme. Mi convincevo che stavo facendo la cosa giusta, che il mio controllo era forza, che quel corpo sempre più piccolo fosse finalmente giusto. Ad un certo punto a danza, però, qualcosa si ruppe e una frase arrivò come una pugnalata nel cuore “Sei troppo magra, dai un’immagine sbagliata della scuola. Devi abbandonare la danza. Io non ti voglio più nella mia scuola”. Ed è lì che tutto cominciò a crollare sempre più.
Psicologi, nutrizionisti, pianti, delusioni, paure, la bilancia…cibo, cibo, cibo! Sempre quel maledetto cibo.
In quel caos, l’unico a capirmi sembrava proprio lui: il cibo. E il mio corpo. Due elementi che erano diventati rifugio, prigione, sicurezza. Quel grido interiore è rimasto con me per settimane, mesi, anni. Fino a quando ho capito che non avevo più nulla, se non lui. Io ero l’anoressia.
All’inizio è difficile, quasi impossibile, accettare di avere un disturbo alimentare. E ancor di più chiamarlo per nome. Quella Valentina che da piccola era furba, solare e piena di vita cominciava a chiamarsi anoressia. Un nome duro, che fa paura, ma che diventa reale, sempre più reale. Ma Valentina? Dov’era finita?
Valentina era una ragazza fragile, affamata di comprensione, bisognosa di accettazione. Una ragazza che voleva essere vista, amata, aiutata. Ma nessuno sembrava capirlo. Così continuava la sua battaglia, affiancata da quella che poi avrebbe chiamato Edy un nome quasi buffo, ma con dentro tutta la sua verità.
Dopo un lungo periodo buio, oggi sto provando a ritrovare il mio posto nel mondo. Ho impiegato anni per comprendere una cosa fondamentale: la conoscenza è il primo passo verso la guarigione. Nessuno può farcela da solo, e solo grazie all’aiuto dei professionisti si può davvero iniziare a ricostruirsi.
Oggi non sono più così sola. Anche la mia famiglia è diventata parte attiva del mio percorso terapeutico. Questo ci ha resi più uniti, più consapevoli, più forti. E se c’è una persona che ha fatto davvero la differenza, è mia sorella. Lei che ha lottato con me, accanto a me, ogni singolo giorno. Lei che non si è mai arresa, nemmeno quando io stavo per farlo.
Mia sorella mi ha salvata. E senza di lei, forse oggi non sarei qui a scrivere la mia storia.
Morire di anoressia non deve accadere. Guarire è possibile. Ma bisogna volerlo. Io ho appena iniziato a capirlo. Forse non del tutto, forse con paura, ma ora vedo che una vita a colori è possibile. Un cielo che per anni è stato grigio e carico di nuvole ora comincia a schiarirsi. E Valentina è lì, che coltiva il prato sottostante. Ogni giorno lo annaffia, nella speranza che crescano fiori bellissimi. Fiori su cui potranno posarsi farfalle leggere, pronte a volare lontano e a sollevarla con le loro ali. E da lassù, forse, potrà vedere per la prima volta cosa significa vivere davvero, senza il peso di Edy.
Perché dietro un disturbo alimentare non c’è solo una fame di cibo. C’è fame d’amore, di colore, di vita.
Valentina
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