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Cibo e corpo come espressione di violenza

di Sara Palermo

Psicologa-Psicoterapeuta Funzionale, esperta in psicobiologia della nutrizione e del comportamento alimentare

Cibo, corpo e controllo: quando la violenza si interiorizza

Anche cibo e corpo possono essere espressione di violenza. Nei Disturbi della Nutrizione e dell’ Alimentazione (DNA) il controllo fa da padrone, così come accade nella violenza di genere. 

Nella violenza domestica, in particolare, il controllo viene esercitato sia da chi maltratta, sia da chi subisce. La donna tenta di comprimere la rabbia del partner/familiare, assumendo su di sé il peso di una missione salvifica nei confronti dello stesso.

In chi soffre di DNA il controllo avviene sul cibo e sulle forme del corpo, in un tentativo salvifico di non farsi sopraffare dalle emozioni. Il valore di sé si crede incarnato in calorie ed esercizi fisici.

L’esperienza dei Centri Antiviolenza e la ricerca

Ho intervistato donne che subiscono o hanno subito violenza all’interno delle relazioni intime. Si sono rivolte ai Centri Antiviolenza (CAV) Pink Project di Capo d’Orlando e Sant’Agata di Militello, realtà molto attive dal punto di vista della prevenzione, sensibilizzazione e intervento che operano da anni nella provincia di Messina, portando avanti progetti individualizzati che mirano all’autonomia personale, sociale, psicologica ed economica delle donne. 

In collaborazione con l’Università di Palermo, il CAV sta cercando di analizzare la correlazione tra la violenza e i DNA, dopo aver osservato nel corso degli anni una certa presenza di “segnali” nelle donne accolte, che hanno portato a strutturare questa ricerca.

Il cibo come campo di battaglia

Nei racconti delle donne spesso il pasto è un momento di rischio di innesco di dinamiche violente, la spesa è fonte di controllo dell’aggressore, il corpo è denigrato pre e post gravidanza.

La donna smette di nutrirsi perché un corpo desiderabile la mette a rischio di sguardi altrui, oppure il cibo diventa l’unico modo, di nascosto, per darsi un effimero piacere in una vita di allerta, terrore e dipendenza.

Isolamento, dissociazione e difficoltà nel chiedere aiuto

Nei DNA c’è una dimensione di isolamento che ritroviamo anche nelle donne che si rivolgono al CAV, quel bisogno di essere non giudicate, accompagnate in un percorso per ricongiungere una mente lacerata e spesso distaccata dalla realtà (accade nei disturbi post traumatici come forma di difesa) ad un corpo attaccato da se stesse o dall’aggressore.

La donna può reagire dissociando, allontanandosi dalla realtà, comportandosi come se le violenze non fossero più capaci di far scaturire quelle emozioni e quelle reazioni che le situazioni di grave pericolo, solitamente, generano. È comprensibile la difficoltà non solo di interrompere la relazione, ma anche di cercare un aiuto esterno.

Anche nelle forme gravi di un DNA è difficile chiedere aiuto.

Quando si parla con una donna che subisce o ha subito violenza all’interno della relazione intima può accadere di osservare un tono della voce monotono, una mimica facciale congelata. Mi ha molto colpito il viso quasi immobile di alcuni racconti, lo stesso che si ritrova in chi soffre di grave anoressia.

Una responsabilità collettiva

La ricerca è alle sue fasi iniziali, ma al di là di statistiche e numeri, gli occhi vanno illuminati, i corpi abbracciati e i percorsi di ogni donna devono essere individualizzati verso l’autonomia. 

È l’intera comunità che deve diventare curante e accogliente. Nuovi modelli socio-educativi devono superare l’idea di donna dipendente e subordinata e smettere di affermare solo la funzione di cura materna a discapito dei desideri e dei bisogni personali che sono un diritto di ognuno di noi.

Per ridare vita a quegli occhi spenti dalla violenza ci vogliono leggi e risorse, per creare formazioni professionalizzanti, percorsi lavorativi, supporto psicologico e medico. E allora i cuori potranno tornare a battere, non di terrore, ma di desiderio.