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Quando il dolore non si vede: l’invisibilità dei DNA e le conseguenze del “non essere visto/a”

di Martina Tedde

Quando pensiamo ai Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione (DNA) quali immagini ci vengono in mente?

È comune che la mente corra a immagini stereotipate: giovani donne con corpi eccessivamente magri e sofferenti. Ma non tutti i disturbi alimentari sono visibili, e non sempre il corpo cambia in modo percepibile. Questo non significa che siano meno gravi o meno dolorosi: la sofferenza può essere invisibile.

 

Un disturbo alimentare può essere invisibile in modi diversi:

1

Sul piano fisico:

non tutte le persone che ne soffrono mostrano segni evidenti. Al di là dello stereotipo, i DNA possono assumere forme diverse, in base alla tipologia del disturbo, ai comportamenti disfunzionali e alle condotte compensative messe in atto. In ogni caso, un DNA non può mai essere definito soltanto dal numero sulla bilancia o da una forma fisica specifica.
2

Sul piano emotivo:

non tutte le persone manifestano in forme esplicite dolore, tristezza, colpa, vergogna o paura - emozioni spesso costanti in chi vive un disturbo alimentare. C’è chi impara a mascherarle e chi si nasconde dietro un’immagine di sé apparentemente serena.
3

Sul piano sociale:

chi non rientra nello stereotipo della giovane donna eccessivamente magra rischia di non essere riconosciuto. Questo espone più facilmente a commenti come “ma tu mangi”, “basta solo mangiare meno” o “non sembri malata/o”. Frasi che, anche se pronunciate senza intenzione di ferire, non fanno che accrescere il dolore, alimentando incomprensione e mancato riconoscimento.

Parlare dell’invisibilità è il primo passo per comprendere la diversità dei DNA.

I DNA non hanno genere, età o forma specifica: assumono forme uniche e rappresentano il vissuto di dolore e disagio che ciascuno porta con sé.

Iniziare a riconoscere la sofferenza anche quando non è evidente, ascoltare senza giudicare e aprirsi alla possibilità che ogni persona viva un dolore unico permette di dare visibilità a chi spesso resta invisibile.

Cosa succede quando non si viene visti? Come sta una persona che non viene capita nel suo dolore?

 

L’invisibilità di un disturbo alimentare ha un prezzo molto alto:

● il riconoscimento e la diagnosi arrivano spesso in ritardo;

● chi soffre può sentirsi colpevole, inadeguato o “non abbastanza malato/a”;

● la solitudine e il silenzio rischiano di rafforzare il disturbo.

 

Quando una persona non viene vista nel suo dolore, può provare emozioni ancora più intense e contraddittorie: solitudine, senso di colpa, vergogna, ansia e paura sono comuni a molte persone con DNA, ma nei casi di invisibilità possono amplificarsi e diventare ancora più difficili da gestire.

L’invisibilità può portare a dare meno valore al proprio dolore, minimizzando la sofferenza e semplificando la propria situazione. Spesso ci si convince di non essere “abbastanza” malati o di non meritare aiuto, e questo meccanismo rende molto più difficile cercare aiuto e sostegno.

 

Per contrastare questa invisibilità possiamo:

ascoltare senza giudicare;

evitare commenti e giudizi sulle abitudini alimentari o sulla forma del corpo altrui;

● ricordare che un disturbo alimentare non si misura da un numero sulla bilancia né da una forma fisica;

● riconoscere che chiunque, a qualsiasi età, genere o peso, può avere un Disturbo della Nutrizione e dell’Alimentazione che non conosci e che non è visibile.

Parlare di invisibilità significa dare visibilità a tutte le persone che soffrono di Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione e che non lo manifestano con il proprio corpo.

Ogni persona, con la propria storia e il proprio corpo, merita di essere vista, ascoltata e accolta senza giudizi e senza pregiudizi, oltre ogni stereotipo, con l’obiettivo di vivere serenamente.